La salute mentale durante il lockdown

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Ci preoccupiamo sempre e solo del numero dei contagi dati dal covid. Quei numeri che hanno un significato incerto. Ma non ci soffermiamo su cosa succede alla nostra mente. Continuamente sotto stress, siamo costretti a stare in quattro mura per un tempo lunghissimo, che sembra non finire mai. Le nostre abitudini sono cambiate da un anno a questa parte, e con esse sono cambiati anche i valori e concetti che ci portavamo dietro.

Effetti del lockdown nel breve termine

Molti psicologi considerano che quelli a cui il lockdown sta più stretto sono proprio i ragazzi delle superiori. Infatti, a differenza degli adulti, che per varie ragioni hanno una capacità di sopportazione più elevata, si è notato che i giovani e gli anziani sono le fasce più colpite a livello psicologico in questa pandemia. “L’isolamento ha provocato angoscia e paura di rimanere soli, questo perché i giovani e gli anziani hanno un maggiore bisogno di contatto fisico, di aggregazione e di trovarsi in mezzo ai loro coetanei”, ci ha spiegato la psicologa e psicoterapeuta Raffaella Baino, dello Studio 21.

Le mancanze relazionali provocate dal lockdown hanno creato una condizione di fatica, stress psicologico continuo, in cui è forte una destabilizzazione e un crollo delle certezze. Ecco perché gli studenti di ogni scuola risultano più affaticati e stressati. Un contributo viene dato anche dagli insegnanti, che spesso richiedono agli studenti di sostenere un carico di studio enorme, come se la pandemia non esistesse.

Non per tutti, però, è stato così tragico restare a casa. Molti hanno utilizzato questo tempo per programmare la loro vita, per affrontare al meglio le sfide prossime, per trovare o recuperare una dimensione familiare o intima… Quindi questa calma provocata dal lockdown per molti è stata uno stop alla frenesia di tutti i giorni.

Effetti del lockdown nel lungo termine

Il livello e la quantità d’ansia dipendono da fattori di stress che sono assolutamente soggettivi, legati alla personalità del singolo. In questa situazione dove non esistono più punti di riferimento, dove le continue comunicazioni dei mass media sono discordanti e caotiche e dove si ha paura a mettere piede fuori casa, il nostro cervello consuma più energie psichiche, producendo inevitabilmente stati d’angoscia.

“Laddove c’è un terreno più fertile, questi sintomi, che sono inizialmente leggeri e controllabili, come la poca voglia di alzarsi o di uscire, si trasformano in un disturbo cronico, che richiede l’intervento di uno psicologo”, continua la dottoressa Baino. “In questi casi, è fondamentale intervenire rapidamente anche con un breve percorso di trattamento psicoterapico, senza paura o vergogna, in modo da poter ristabilire l’equilibrio e ripartire velocemente da sé stessi”.

Altro disturbo rilevato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è la fatica da pandemia, ovvero una stanchezza che diventa insofferenza alle regole che hanno cambiato le nostre abitudini e ridotto la nostra libertà. Si fa quindi strada la voglia di libertà e autodeterminazione dei propri comportamenti, con il rischio di contravvenire alle indicazioni sociali e legislative.

L’OMS descrive la pandemic fatigue come “una condizione mentale di demotivazione nel seguire i comportamenti protettivi raccomandati”. Rimedio a ciò potrebbe essere imparare a vivere il presente, concentrandosi sulle le piccole cose e sulle nostre passioni fino al momento in cui l’emergenza sarà superata.

Gli psicologi hanno evidenziato anche un rischio di crescita dei disturbi agorafobici ovvero quei disturbi che creano una paura paralizzante di stare negli spazi aperti e affollati. Ciò potrebbe impedire a una persona di svolgere le più banali attività quotidiane, finendo per isolarsi.

Tecnologia e socialità

La pandemia ha modificato anche il concetto di socialità. È indubbio che l’evoluzione tecnologica abbia ridotto e modificato le occasioni di stare insieme e relazionarsi con gli altri. Da qua deriva la sindrome di Hikikomori, una patologia che si è diffusa solo negli ultimi anni e che prevede il ritiro sociale dell’individuo, la sua auto-esclusione e il rifiuto totale per ogni forma di relazione.

Tuttavia, per quanto le tecnologie abbiano cambiato questo concetto, come abbiamo ben notato in questo anno, l’internet ci ha di gran lunga aiutato. Dalla scuola, alle videochiamate con i nonni distanti, agli aperitivi con gli amici su Skype, alle cose più atroci come l’ultima videochiamata dei malati covid alle loro famiglie…

“I social non sono sempre d’aiuto. Soprattutto durante la pandemia questi hanno causato dipendenza. In fondo l’unico mezzo di svago per molti era quello”, spiega la psicologa Raffaella Baino. “I social però rappresentano solamente il bello delle situazioni. Vediamo i corpi marmorei delle modelle, la felicità di chi è sempre in viaggio o ha un lavoro da urlo, ma non vediamo il backstage della loro vita. Un social come Instagram è stato, in alcuni casi, deleterio per i ragazzi e le ragazze che, essendo fragili, hanno accentuato i loro disturbi sociali e alimentari durante la pandemia”.

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