Quando il linguaggio giornalistico diventa veicolo di discriminazione

I giornali si trovano spesso a trattare argomenti troppo delicati per essere esposti senza attenzione al linguaggio che viene usato. È importante raccontare le notizie usando un linguaggio appropriato – specialmente se si tratta di violenze, tragedie o argomenti molto sensibili – perché giornali e telegiornali influenzano l’opinione pubblica. Questo diventa molto evidente in casi di discriminazione di genere.

Nel 2021 un giornale non dovrebbe arrivare a domandarsi se si possa giustificare una violenza domestica, un femminicidio o un abuso. Si pone l’attenzione sul comportamento della donna o su come fosse vestita, come se tutto questo potesse giustificare o attenuare qualcosa di così grave. Un tradimento, una litigata, la gelosia o un vestito non sono buoni motivi per commettere un crimine.

LA LEGISLAZIONE

In Italia l’articolo 609 bis prevede la pena della reclusione dai 6 ai 12 anni per chi “con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali”. Gli articoli successivi prendono in considerazione tutte le aggravanti possibili, come la minore età, l’uso di armi o droghe che possono portare la pena ad un massimo di 24 anni.

La decisione della pena e della gravità dei fatti dipende dal giudice, che molte volte ritiene meno gravi situazioni che parlano di donne provocanti, colpevoli di adulterio o donne ubriache in discoteca, quasi come se la violenza fosse stata meritata. D’altronde sentiamo spesso frasi come “Cosa ti aspetti se indossi quelle cose“, “Non andare a camminare da sola se non vuoi che ti succeda”, “Non esagerare a bere a quella festa”: sentendo o, peggio, leggendo queste frasi su un giornale, sembra che siano le vittime a doversi adeguare.

L’art. 3 della Costituzione dichiara che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. La Repubblica dovrebbe tutelare tutto ciò, anche mediante l’informazione pubblica, e una violenza dovrebbe essere considerata tale in qualsiasi caso indipendentemente dalle circostanze.

IL RAPTUS E IL VIZIETTO

La stampa spesso parla di questi eventi di cronaca in maniera coloristica, ma scorretta. Libero Quotidiano, per esempio, definisce l’omicidio della moglie e di due figli come un raptus del marito, come se fosse “solo” un fatto momentaneo, e aggiunge che gli inquirenti pensano che sia successo perché la moglie avesse intenzione di separarsi. Il giornale mette in primo piano la dichiarazione della madre dell’assassino: “Aurelia era sempre al telefono, mio figlio diceva di essere trattato come un cane”, quasi a giustificare l’omicidio con il comportamento che aveva la moglie. Il Mattino definisce “vizietto” lo stupro di una donna da parte del deejay Franceschino, sminuendo la cosa e paragonandola a un vizio qualunque. Il Sole 24 Ore, parlando di Alberto Genovese, si concentra sull’imprenditore e sui suoi progetti, invece di parlare delle vittime da lui drogate e stuprate.

La stampa, come scritto nell’art. 21 della Costituzione, non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure, ma nel processo di scrittura di un articolo i giornalisti professionisti dovrebbero tener conto del messaggio che veicolano tramite il loro linguaggio, focalizzando il lettore sui fatti realmente importanti senza aggiungere particolari che non aggiungono nulla alla notizia e non fanno che mancare di rispetto alle vittime.

Maria Virlan

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